Tag: Sicurezza

L’era della disconnessione un mondo senza social media

È difficile immaginare un mondo senza social media, dove ogni informazione e contatto non siano a portata di clic. Eppure, per una parte crescente della popolazione mondiale, questa realtà è già tangibile.

Alcune delle piattaforme più onnipresenti stanno diventando inaccessibili in diverse nazioni, sollevando questioni complesse su sicurezza nazionale, protezione dei minori e libertà di espressione.

Che sia arrivata l’era della disconnessione?

TikTok, il gigante dei video brevi, è al centro di una vera e propria tempesta globale. Oltre venti paesi hanno già imposto restrizioni, spinti da preoccupazioni legate alla sicurezza dei dati e all’influenza del governo cinese.

Negli Stati Uniti, un tentativo di divieto totale è stato temporaneamente implementato il 19 gennaio 2025, per poi essere revocato. Tuttavia, la pressione non si è allentata. Paesi come Taiwan, l’Unione Europea, Canada, Lettonia, Danimarca, Belgio e Regno Unito hanno già bandito TikTok dai dispositivi governativi.

L’Australia ha fatto un passo ulteriore, approvando una legge che vieta completamente l’accesso ai social media per i minori di 16 anni. Il Venezuela ha multato ByteDance, la società madre di TikTok, per 10 milioni di dollari a causa della mancata prevenzione di “challenge” pericolose che hanno causato la morte di adolescenti. I fondi sono stati destinati a un “fondo per le vittime di TikTok”.

Le ragioni dietro i blocchi: sicurezza, stabilità e protezione

Le motivazioni che spingono i governi a limitare o bloccare l’accesso ai social media sono molteplici e complesse.

Sicurezza Nazionale e Stabilità Politica

Molti paesi hanno bloccato o limitato i social media durante periodi di instabilità politica o proteste, spesso per controllare il flusso di informazioni e reprimere il dissenso.

  • In Iran, durante proteste su larga scala (come nel 2009 e nel 2019), il governo ha bloccato l’accesso a piattaforme come Facebook, Twitter, YouTube e servizi di messaggistica istantanea.
  • In Myanmar (Birmania), dopo il colpo di stato militare del 2021, Facebook e altre piattaforme sono state oscurate per limitare l’organizzazione delle proteste.
  • Situazioni simili si sono verificate in Uganda e Kazakistan.
  • In Russia, a seguito dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, l’accesso a Facebook, Instagram e Twitter è stato bloccato, citando la diffusione di “notizie false”.

Spesso, queste azioni sono giustificate con la necessità di mantenere l’ordine pubblico o proteggere la sicurezza nazionale. Tuttavia, sono frequentemente criticate come violazioni della libertà di espressione e del diritto all’informazione.

Protezione dei Minori e Contenuti Inappropriati

Il dibattito sull’imposizione di un limite d’età legale per l’uso dei social media è tornato centrale.

Dopo il divieto in Australia per i minori di 16 anni e una causa contro TikTok in Francia, la discussione è alimentata dalle crescenti preoccupazioni scientifiche sugli effetti negativi dell’uso scorretto della tecnologia sui giovani.

Il presidente francese Macron ha recentemente dichiarato l’intenzione di vietare l’uso dei social media a tutti i minori di 15 anni, qualora l’Unione Europea non adotti rapidamente una regolamentazione comune. L’obiettivo è bloccare l’accesso alle piattaforme sotto tale soglia d’età con verifiche stringenti, strumenti biometrici e multe salate per le aziende inadempienti. Macron ha definito l’ambiente digitale attuale “tossico”, sottolineando i danni psicologici legati all’uso precoce dei social e il ruolo dei minori in fatti di cronaca violenta.

 

L’Italia e l’Europa: verso una regolamentazione comune?

Anche l’Italia si sta muovendo in questa direzione. Una circolare del Ministro dell’Istruzione Valditara ha esteso il divieto di utilizzo dei telefoni cellulari agli alunni delle scuole secondarie di secondo grado, citando rapporti di OCSE, OMS e Istituto Superiore di Sanità.

In Europa, si sta lavorando per definire una soglia d’età comune (digital-age majority), al di sotto della quale i minori non potrebbero accedere alle piattaforme social senza il consenso esplicito dei genitori. Parallelamente, si discute della necessità di rivedere le “architetture persuasive” – funzionalità come autoplay, feed personalizzati e notifiche – progettate per massimizzare il tempo di permanenza sulle app.

La principale sfida rimane la verifica dell’età: gli attuali sistemi sono facilmente aggirabili. La proposta della Grecia prevede controlli più rigorosi e tecnologicamente avanzati, integrati direttamente negli hardware, una soluzione che potrebbe incontrare resistenza da parte di produttori come Apple e Google.

L’attuale soglia dei 13 anni, adottata come standard da molte piattaforme, deriva dal Children’s Online Privacy Protection Act americano del 1998. In Europa, il GDPR lascia agli stati membri la facoltà di fissare l’età del consenso digitale tra i 13 e i 16 anni, ma questo limite è spesso aggirabile, anche con l’uso di VPN.

Vietare non basta: l’importanza dell’educazione digitale

 

Se da un lato la regolamentazione è necessaria, dall’altro è chiaro che vietare da solo non basta. Se per i minori c’e una forte sensibilizzazione, spesso sono proprio gli adulti ad essere “fagocitati” dal mondo dei social media.

È difficile educare quando si dà il cattivo esempio, soprattutto quando manca una conoscenza approfondita dell’argomento. Non tutti gli adulti hanno le competenze per utilizzare la rete con un approccio critico, attento e rispettoso. Il problema dell’educazione digitale riguarda spesso gli adulti e deve essere affrontato con determinazione.

 

Cosa ne pensi di queste restrizioni? Credi che siano efficaci per proteggere i minori e la sicurezza, o limitano eccessivamente la libertà online?

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Task Scam: la nuova truffa tramite WhatsApp

Ti è capitato nelle ultime settimane di essere contattato tramite WhatsApp da numeri sconosciuti che ti chiedevano semplicemente “Posso parlarti un attimo?”.

Non rispondere e fai attenzione perché si tratta della nuova truffa studiata dai criminali informatici che contattano gli utenti fingendosi rappresentanti di aziende prestigiose o selezionatori di personale.

La proposta è quella di un lavoro ben retribuito senza dover fare troppo sforzo. L’obiettivo è convincere la vittima ad accettare incarichi apparentemente facili, come mettere “mi piace” a contenuti sui social media o scrivere recensioni online, garantendo una retribuzione immediata e generosa. Ovviamente dietro si nasconde il tranello… ecco come!

Cos’è la Task Scam?

La “Task Scam” è una truffa in cui i criminali informatici contattano le vittime tramite WhatsApp, offrendo loro lavori facili e ben retribuiti. Spesso, i truffatori si spacciano per reclutatori di aziende famose o offrono incarichi semplici come mettere “mi piace” a post sui social media o guardare video su YouTube.

Come funziona la truffa:

  1. Contatto iniziale: La vittima riceve un messaggio su WhatsApp da un numero sconosciuto, con un’offerta di lavoro allettante.
  2. Richiesta di informazioni: Il truffatore chiede alla vittima di fornire dati personali come nome, cognome, indirizzo e-mail e numero di telefono.
  3. Compiti iniziali: Alla vittima vengono assegnati compiti semplici e veloci, per i quali riceve una piccola somma di denaro. Questo crea un senso di fiducia e legittimità.
  4. Richiesta di pagamento: Successivamente, il truffatore chiede alla vittima di effettuare un pagamento per “sbloccare” compiti più redditizi o per ottenere una commissione più alta.
  5. Scomparsa: Una volta ricevuto il pagamento, il truffatore scompare, lasciando la vittima senza lavoro e con una perdita finanziaria.

Come riconoscere la truffa:

  • Offerte di lavoro troppo belle per essere vere: Guadagni elevati per compiti semplici sono un segnale d’allarme.
  • Richiesta di pagamenti anticipati: Le aziende legittime non chiedono mai denaro per assumere personale.
  • Numeri di telefono sconosciuti: Messaggi da numeri stranieri o non salvati in rubrica devono destare sospetto.
  • Errori grammaticali e di ortografia: I messaggi dei truffatori spesso contengono errori che rivelano la loro scarsa professionalità.
  • Pressione a prendere decisioni immediate: I truffatori spesso mettono fretta alle vittime per non farle ragionare.
Consigli per proteggersi:
  • Non rispondere a messaggi da numeri sconosciuti che offrono lavoro.
  • Non fornire mai dati personali o finanziari a persone sconosciute.
  • Verificare l’identità dell’azienda contattando direttamente la sede centrale.
  • Non effettuare pagamenti anticipati per ottenere un lavoro.
  • Segnalare i numeri sospetti a WhatsApp e alla Polizia Postale.

Importanza della consapevolezza:

È fondamentale diffondere la consapevolezza su questa truffa per proteggere il maggior numero possibile di persone.

Condividere informazioni e consigli sui social media e con amici e familiari può aiutare a prevenire che altri cadano nella trappola.

 

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Sharenting, vorrei ma non posto

Al via la campagna del Garante che insegna ai genitori a non abusare dell’immagine dei propri figli sui social.

Abbiamo dedicato un articolo sulle insidie del web per i minori, ma se i primi a essere educati su un corretto uso dei social fossero proprio i genitori?

Siamo proprio sicuri che tutte le foto che pubblichiamo dei nostri figli rispettino la loro privacy e la loro dignità digitale?
Spesso nella foga di raccontare il nostro quotidiano compiamo qualche ingenuità…

“La sua privacy vale più di un like” è lo slogan lanciato dalla nuova campagna di comunicazione istituzionale realizzata dal Garante della Privacy contro il cosiddetto “sharenting”, cioè la condivisione compulsiva sui social di foto e video dei propri figli da parte dei genitori.

Lo sharenting, che deriva dalle parole inglesi “share” (condividere) e “parenting” (allevare i figli), è un fenomeno da tempo all’attenzione del Garante, soprattutto per i rischi che comporta sull’identità digitale del minore e sulla corretta formazione della sua personalità. È necessario che i “grandi” siano consapevoli dei pregiudizi cui sottopongono i minori con l’esposizione delle loro foto in rete. Una volta pubblicate le immagini non sono più private e possono essere soggette a usi impropri da parte di terzi.

La diffusione di immagini a partire dalla più tenera età (addirittura le ecografie) rischia di creare tensioni anche importanti nel rapporto tra genitori e figli che si vedono costruita un’immagine pubblica che potrebbero non desiderare.

Minori con malattie e patologie

La questione diventa ancora più complessa quando si parla di bambini con disabilità o patologie gravi. Come coniugare la necessità di condividere esperienze per contrastare l’isolamento o sensibilizzare l’opinione pubblica, senza compromettere la dignità e la privacy dei minori coinvolti?

A tale scopo è stata presentata una guida italiana per aiutare famiglie, professionisti sanitari e enti a prendere decisioni informate e rispettose sulla condivisione di immagini di minori malati. La guida offre consigli pratici e promuove una riflessione profonda sui valori di rispetto e protezione dei bambini.

Nel vademecum si ricorda anche che i social media non sono la sede opportuna per formulare diagnosi.

Ogni sezione è corredata da domande che guidano la riflessione, oltre a racconti e aneddoti che aiutano a comprendere meglio le implicazioni delle nostre azioni digitali e la loro portata a lungo raggio.

«La guida vuole essere un aiuto per le famiglie, i professionisti e la comunità ed è stata pensata – dichiarano gli autori, Simona Cacace e Matteo Asti – per aprire una riflessione sul tema e dare consigli pratici con l’obiettivo di aiutare i genitori, caregiver, operatori sanitari ed enti a navigare in situazioni spesso difficili, in cui il desiderio di condividere la propria esperienza si scontra con il rischio di ledere l’identità e i diritti del minore».

Perché parlarne?

Mentre l’intento è spesso positivo, lo sharenting solleva alcune domande importanti:

Privacy dei bambini: I bambini hanno diritto alla privacy, anche online. Condividere le loro immagini senza il loro consenso potrebbe violare questo diritto.
Sicurezza: Pubblicare foto online può esporre i bambini a rischi come l’identità rubata o il cyberbullismo.
Futuro digitale: Le informazioni condivise online rimangono spesso disponibili a lungo termine. Quando cresceranno, i ragazzi potrebbero voler controllare la propria immagine digitale, ma potrebbe essere difficile rimuovere contenuti già pubblicati.

Cosa fare?

Se vuoi condividere momenti speciali con i tuoi cari, ci sono modi più sicuri di farlo. Ad esempio:

Limita la condivisione: Non pubblicare foto troppo personali o che potrebbero identificare facilmente tuo figlio.
Chiedi il permesso: Quando tuo figlio sarà più grande, coinvolgilo nelle decisioni su quali foto condividere.
Utilizza le impostazioni privacy: Sui social media, utilizza le impostazioni privacy per limitare la visibilità dei tuoi post.

 

 

 

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Olimpiadi 2024 il primo record è sulla cybersecurity

Non sappiamo ancora quali atleti si aggiudicheranno le tanto agognate medaglie olimpiche, ma sappiamo già che, in queste Olimpiadi 2024, il primo record raggiunto è quello relativo alla cybersecurity.

Stasera tutto il mondo avrà gli occhi puntati sulla cerimonia di apertura di questa edizione dei giochi olimpici e l’occasione è ghiotta anche per gli hacker.

«Per le Olimpiadi di Parigi ci aspettiamo 4 miliardi di attacchi, un numero spaventoso», dice Gilles Walbrou, chief technology officer di DataDome, l’azienda francese si occupa di cybersicurezza.

 

Già stamattina si è verificato il caos alla rete ferroviaria. Un “attacco massiccio” contro la rete dei treni ad alta velocita’ Tgv, che causerà interruzioni per molte ore. Colpiti circa 800.000 viaggiatori come ha dichiarato l’amministratore delegato della Sncf Jean-Pierre Farandou durante una conferenza stampa. Il ministro dei Trasporti francese, Patrice Vergriete, ha affermato che “tutti gli elementi indicano che questi atti sono premeditati” ed ha definito il sabotaggio delle linee ad alta velocità “un’azione criminale scandalosa”.

 

 

 

Oltre ai cybercriminali che mirano a creare scompiglio o veri e propri atti di terrorismo, anche noi, comodamente seduti in poltrona, possiamo essere nel mirino di “semplici” truffe online.

Vendita di biglietti falsi e phishing

Approfittando dell’euforia del momento i malintenzionati potranno compiere truffe di vario tipo. Ad esempio la vendita di biglietti falsi,  phishing (l’invio di email ingannevoli per provocare danni a un computer o rubare dati importanti) e streaming illegale. I truffatori sono infatti bravissimi a creare dei siti fraudolenti che simulano in tutto e per tutto quelli ufficiali.

In caso di acquisti online vi ricordiamo di:

  • Verificare sempre l’autenticità del sito!  Accertati che il sito in questione utilizzi il protocollo HTTPS che indica la presenza di una connessione sicura
  • Cercare recensioni e feedback di altri utenti on line
  • Utilizzare metodi di pagamento sicuri che offrono protezione contro le frodi, ovvero quelli che abbiano una tracciabilità. Dunque sì a tutti quei portali ecommerce che supportano sistemi di comprovata serietà e sicurezza. Diffidare invece, dalle richieste di pagamenti con sistemi non tracciabili.  Ad esempio ricariche PostePay o di altre carte simili, trasferimenti tramite Western Union o altri sistemi di scambio di denaro contante nazionali e internazionali.
  • Attenzione ai prezzi troppo bassi. Se un’offerta sembra troppo buona per essere vera, probabilmente non lo è!
Streaming illegale

Tanti appassionati vorranno non perdere un attimo di questo atteso avvenimento sportivo! Se non si ha la possibilità di andare a Parigi alcune piattaforme offrono la possibilità di seguire le Olimpiadi online.

Inutile dire che alcuni siti offrono lo streaming illegale ad alcune gare più attese o all’intera manifestazione. Oltre ad essere un’attività illecita perseguibile penalmente, questi siti possono infettare il computer con malware o spyware, mettendo a rischio i dati personali e finanziari.

Vi consigliamo quindi di utilizzare sempre siti ufficiali e le reti televisive autorizzate.
Evitate di cliccare su link di streaming condivisi su social media o forum non verificati. Questi possono portare a siti pericolosi.

Wi-Fi pubblico poco sicuro

Per i fortunati che invece si trovano a Parigi in questo periodo vi segnaliamo di stare attenti ai Wi-Fi pubblici visto che circa il 25% non è sicuro.

I ricercatori del GReAT (Global Research and Analysis Team) di Kaspersky hanno infatti analizzato e valutato la sicurezza delle reti Wi-Fi aperte a cui i visitatori potrebbero collegarsi, e hanno scoperto che un quarto (25%) di queste reti presenta gravi carenze di sicurezza, come una crittografia debole o inesistente, che le rendeva vulnerabili agli attacchi di intercettazione, decrittografia o cracking.

 

E dopo questi consigli non ci resta che linkarvi il sito ufficiale con il programma completo e con la frase storica del Barone de Coubertin fondatore dei Giochi Olipici Moderni

“La cosa importante nei Giochi Olimpici non è vincere ma partecipare. La cosa essenziale nella vita non è conquistare ma combattere bene.”

 

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Minori e insidie del web

Minori e insidie del web

Nessuno si sognerebbe di mandare i propri figli da soli nel bosco (Cappuccetto Rosso docet) eppure le insidie del web possono essere assai più dannose. Non solo vi si annidano tanti lupi cattivi ma si può cadere in trappole davvero inaspettate!

Spesso si pensa alla dipendenza da smartphone e ai conseguenti disturbi comprovati dalle neuroscienze. Ma non è solo questo il problema.

Girovagare per il web spesso non è assolutamente segno di libertà come pensano i ragazzi, che non si rendono conto di quanto la rete manipoli le loro scelte e violi la loro sfera personale.

Anche per gli adulti non è sempre chiaro che il libero accesso a internet non è solo una porta aperta dal minore verso il mondo, ma funziona anche al contrario!

Nonostante i “blocchi” che i genitori possono mettere sui telefonini purtroppo è abbastanza facile per i malintenzionati reperire dati sensibili. E’ come dare in mano ai ragazzi la chiave di casa con la possibilità di fargli aprire la porta a perfetti sconosciuti.

Solo nel 2024 sono cresciute del 35% le iniziative sul web che usano marchi noti ai più piccoli per agganciare attraverso loro anche i genitori. Un esempio molto diffuso è il phishing: un messaggio apparentemente legittimo induce l’utente a fornire informazioni utili all’hacker o cliccare su siti che contengono virus e malware, tutti con un riferimento a giochi come Minecraft, Roblox, Lego, Disney e altri.

Verifica dell’età per l’accesso dei minori

Il fatto che spesso i ragazzi stessi imbroglino sull’età creando account sui social anche se non hanno raggiunto quella minima consentita (di solito sono i 14 anni) non aiuta!

Da tempo si discute dell’introduzione di sistemi di verifica dell’età per l’accesso dei minori alle piattaforme online.

Giusto qualche giorno fa lo Stato di New York ha proposto un disegno di legge che vieta alle aziende proprietarie delle piattaforme social di mostrare i cosiddetti “Feed che creano dipendenza” ai minori di 18 anni, a meno che non ottengano il consenso dei genitori. Più nel dettaglio, lo Stop Addictive Feeds Exploitation (SAFE) for Kids Act definisce come “Feed che creano dipendenza” tutti quelli che mostrano e/o raccomandano agli utenti contenuti sulla base dei loro interessi/bisogni – ossia la maggior parte dei Feed algoritmici delle app social.

Anche l’Unione Europea sta lavorando su iniziative legislative per affrontare queste problematiche.

La Commissione europea ha aperto ha aperto anche inchieste formali nei confronti di Tik Tok, Facebook e Instagram (Meta) e X (già Twitter) in quanto sospettati di favorire comportamenti di dipendenza da parte dei minori e di non proteggerli dai contenuti inappropriati.

Ma non solo i social sono sotto accusa, anche i colossi come Google, Apple, Amazon e Microsoft. I trasgressori rischiano molto, fino al 6 per cento del fatturato annuo globale e, nel caso di gravi e ripetute violazioni, il divieto di operare nell’Unione Europea.

 

La legge cosa dice

Già da anni, l’Unione Europea sta cercando di tutelare i minori nel contesto della navigazione su internet e nell’accesso a determinate piattaforme online.

Il Regolamento (UE) 2016/679 (“GDPR”) stabilisce, infatti, in relazione ai servizi della società dell’informazione, che il consenso del minore al trattamento dei propri dati personali è lecito se questi ha almeno 16 anni; in caso di età compresa tra i 13 e i 16 anni, il trattamento è lecito solo se autorizzato dal genitore.

In seguito, la “Direttiva sui servizi audiovisivi e mediatici” (n. 2018/1808) ha previsto che, con riferimento a contenuti che possano nuocere allo sviluppo fisico, mentale o morale del minore, le piattaforme di condivisione video applichino sistemi per verificare l’età degli utenti, oltre all’implementazione di sistemi di controllo parentale. Inoltre, i dati così raccolti non possono essere trattati per finalità commerciali, profilazione o pubblicità comportamentale.

Infine, il “Digital Services Act” (Regolamento UE 2022/2065), nel rimarcare la protezione dei minori quale importante obiettivo politico dell’Unione, prevede che i fornitori di piattaforme online accessibili ai minori adottino misure adeguate e proporzionate per garantire un elevato livello di tutela della vita privata, di sicurezza e di protezione dei minori sul loro servizio. Per attenuare i rischi, viene poi stabilito che i fornitori di piattaforme e motori di ricerca online di dimensioni molto grandi adottino misure specifiche per la tutela dei minori, ivi compresi gli strumenti di verifica dell’età e di controllo parentale.

Anche in Italia nel 2023 sono state introdotte per legge specifiche disposizioni per la sicurezza dei minori in ambito digitale prevedendo che dispositivi quali smartphones, computers, tablets o altri oggetti connessi alla rete dovranno contenere, in automatico, applicazioni di controllo parentale

Ma come ben sappiamo dai fatti di cronaca il problema non solo non è risolto ma direi nemmeno arginato.

La rete vincente

Oltre alle leggi dobbiamo ripensare alla “rete”, quella reale che in qualche modo sostiene e salva i minori da insidie di quella digitale. Intanto una formazione anche per gli adulti, che siano genitori, insegnanti o educatori. Non solo non possiamo permetterci di mandare i ragazzi “da soli nel bosco” ma dobbiamo per primi conoscerlo per tracciare insieme un percorso che ne faccia trarre i benefici senza precluderne il passaggio. Non scordiamoci infatti che questo è e sarà una delle strade che avranno a disposizione per interagire ed apprendere e non possiamo solo demonizzarlo.

Concludiamo l’articolo con alcuni consigli di lettura che speriamo potranno essere di aiuto proprio per sviluppare insieme un pensiero critico sull’argomento.

Bibliografia

La banda degli Smanettoni – Il furto dell’identità digitale
Una storia e tanti giochi per navigare consapevoli sul web
di Anna Fogarolo / Erickson

ETÀ 9+

Come far capire agli adolescenti che smanettare in internet senza le giuste competenze e attenzioni può essere pericoloso?
Il libro racconta le avventure di quattro amici (la “banda degli smanettoni”), quattro adolescenti che, come tutti i ragazzi, adorano navigare in rete. Un giorno la loro professoressa viene derubata della sua identità digitale: come fare per aiutarla?
Ci penseranno i nostri supereroi, con l’aiuto dei lettori, che dovranno risolvere misteri ed enigmi che li aiuteranno a capire saperne di più sul mondo del web e dei social.
Alla fine della storia sono stati inseriti un glossario delle parole più importanti trovate nel testo e le soluzioni degli esercizi.

Al libro sono allegate 42 carte per mettersi alla prova e diventare uno “smanettone” degno della banda!

 

SocialMente – Per un uso consapevole della rete

di Carlotta Cubeddu / Einaudi Ragazzi

ETÀ 11+

Un libro di saggistica per bambini dagli 11 anni: social, cyberbullismo, realtà virtuale, ma anche felicità, consapevolezza, realizzazione. Un libro per capire l’impatto della rete sulle nostre vite, dedicato alle ragazze e ai ragazzi che usano la tecnologia, i social e vorrebbero capire di più se stessi e gli altri.

 

 

 

 

 

 

Myra sa tutto
di Luigi Ballerini / Il Castoro

ETÀ 13+

Non sai cosa metterti? Che film guardare? Qual è la ragazza o il ragazzo che fa per te?

Nel mondo di Ale e Vera non c’è bisogno di affannarsi per trovare le risposte. Myra, il sistema operativo integrato nella vita di ogni cittadino, ti conosce bene e sa cosa è meglio per te. Basta chiedere. E infatti Ale e Vera si incontrano proprio grazie a lei. Ma qualcosa non quadra, e Vera lo sa: si può vivere sotto l’occhio costante del sistema, nella totale condivisione social della propria vita? A cosa stanno rinunciando? Ale, Vera e un gruppo di altri ragazzi tentano la strada più dura: scegliere da soli, risvegliare le coscienze. È difficile non farsi beccare, ma ne vale al pena: la libertà è un’avventura piena di storie, emozioni, sfide. Ma è anche piena di pericoli, soprattutto se il nemico è molto più vicino del previsto. Ribellarsi ha un costo molto alto. Saranno disposti a pagarlo?

 

 

 

Hikikomori

di Fabrizio Silei e Ariela Rizzi / Einaudi Ragazzi

ETÀ 14+

A volte il rapporto con il mondo virtuale sostituisce quello con il mondo reale anche nei rapporti sociali. Il bullismo fa sì che le vittime scappino dalla realtà che ogni giorno mette loro a dura prova cercando rifugio on line, pensando che le cose possano essere migliori. Si isolano sempre di più cercando di nascondere il loro stato emotivo anche ai genitori, faticano a parlarne pensando che non possano capire perché spesso li sentono distanti, arrivano anche a ritirarsi dalla scuola perché la situazione non è più sostenibile. Questi ragazzi e ragazze vengono chiamati Hikikomori, che in giapponese vuol dire proprio isolarsi, staccarsi dalla realtà, abbandonarsi.

Ma da questo silenzio e torpore si può uscire! E questo romanzo per ragazzi, a tratti duro e struggente, ci dimostra come l’amore arrivi ovunque e possa potare ad un nuovo inizio e farci rialzare dopo tante cadute.

 

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L’invasione dei Bot

Soltanto metà del traffico in rete è generato da persone reali, la vera invasione dei Bot è creata dall’AI.

È stato pubblicato da Thales, leader globale della cybersecurity, il rapporto annuale Imperva Bad Bot Report 2024, che analizza il traffico globale di bot automatizzati.

La notizia è che quasi il 50% del traffico internet proviene dall’attività di bot spesso guidati dall’Intelligenza Artificiale.

Un terzo di questi è formato da bot dannosi, ovvero sistemi automatizzati specializzati nel creare danni ai siti, truffe, disinformazione o invadere le mail di spam.

Si può parlare di una vera e propria invasione di questi bot fake, creati cioè non da persone reali ma dall’Intelligenza Artificiale. Basti pensare che nel 2023 hanno raggiunto il livello record di 49,6%.

Questo grande aumento rappresenta una minaccia significativa per la cybersicurezza vista la loro capacità di colpire le vulnerabilità nei servizi cloud e nei dispositivi IoT.

Cos’é lo scraping

Tra le forme più diffuse di attività malevole dei bot troviamo lo scraping ovvero il “raschiare” le informazioni necessarie per indicizzare in modo automatico le pagine di un sito per identificare tendenze ed effettuare indagini statistiche sull’uso di prodotti e servizi.

Possono essere usati per il lancio di credenziali rubate su un sito per vedere quali funzionano o perfino l’esecuzione di attacchi DoS (Denial-of-Service). Nel rapporto leggiamo anche che i cyber criminali spesso lavorano in rete, esternalizzando le loro operazioni e riuscendo così a rendere più facile ed economico il lancio di attacchi su larga scala.

Non ultimo tutto questo traffico malevolo va ad accrescere l’inquinamento digitale di cui vi abbiamo già parlato in un precedente articolo.

 

C’è anche però un’altra faccia della medaglia. Ci sono anche i bot “buoni”. Ad esempio i bot dei motori di ricerca aiutano questi ultimi a capire il contenuto dei siti Web e restituiscono risultati più accurati.

I chatbot offrono a clienti e utenti risposte rapide alle domande oltre a essere attivi 24h su 24. Sono applicazioni altamente personalizzabili e sono multiuso, migliorando in ogni ambito l’esperienza dell’utenza anche grazie all’auto learning.

Come spesso succede con lo sviluppo tecnologico, anche qui ci sono aspetti positivi o negativi. Non bisogna cadere in luoghi comuni ma cercare di sfruttarne le potenzialità utilizzando sempre gli opportuni sistemi di sicurezza.

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Intelligenza Artificiale tra fascino e paura

Intelligenza Artificiale tra fascino e paura

Ti facciamo una semplice domanda. Chi sei? Chi potresti essere? Dove stai andando? Cosa c’è nel mondo? Quali possibilità ci sono?

La Element Software è orgogliosa di presentare il primo sistema operativo di intelligenza artificiale. Un’entità intuitiva che ti ascolta, ti capisce e ti conosce. Non è solo un sistema operativo, è una coscienza. Ecco a voi OS Uno.

(dal film “HER” scritto e diretto da Spike Jonze)

Usciva al Cinema 10 anni fa HER, pellicola vincitrice dell’Oscar come miglior sceneggiatura originale nel 2014. Qui il regista e sceneggiatore Spike Jonze immaginava che, in un futuro non troppo lontano (probabilmente il nostro oggi…), la tecnologia avesse preso il sopravvento nella vita quotidiana, le persone vivessero costantemente a contatto con i propri device, dotati di funzioni molto avanzate. Talmente avanzate che il protagonista, Joaquin Phoenix, riuscirà ad instaurare una relazione profondissima con il suo OS 1, un’intelligenza artificiale con voce femminile chiamata Samantha.

 

Le sue elevate capacità di ascolto e comprensione, di empatia, di auto apprendimento potevano sembrare in quel momento una visione fantascientifica, ma oggi sono oggetto di un dibattito profondo e filosofico su come questi enormi e veloci progressi informatici cambieranno non solo il mondo del lavoro ma anche il nostro modo di vivere le relazioni.

 

 

 

 

Questo perché la paura è sempre quella di non riuscire a riconoscere più l’umano dal non-umano, ciò che viene pensato e prodotto da una persona e ciò che invece è ad opera di una macchina. E di conseguenza di essere facilmente sostituiti ma ancor peggio che le macchine possono essere programmate e utilizzate a uso e consumo di qualcuno. Scenari apocalittici che effettivamente fino ad ora avevamo gustato con piacere al cinema sgranocchiando pop-corn, ma che vederli così realizzabili oggi ci inquieta un po’ di più.
Gli ambiti applicativi sono molteplici, non solo legati al high tech ma anche all’arte, alla didattica, alla scrittura… addirittura come sostegno psicologico!

Che cosa è un’intelligenza artificiale?

Prima di esprimere pareri intanto facciamo un passo indietro per capire come nasce.

L’intelligenza artificiale (AI) è la tecnologia che consente di simulare i processi dell’intelligenza umana attraverso la creazione e l’applicazione di algoritmi integrati in un ambiente di calcolo dinamico. In pratica l’obiettivo dell’AI è di sviluppare delle macchine dotate di capacità autonome di apprendimento e adattamento simulando il più possibile i modelli di apprendimento umani.

Anche se la fascinazione dell’uomo in tal senso risale addirittura al primo secolo a.C., il termine “intelligenza artificiale” è stato coniato nel 1955 da John McCarthy nel documento in cui lui e altri scienziati richiedevano la conferenza “Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence” con la seguente motivazione:

«Lo studio procederà sulla base della congettura per cui, in linea di principio, ogni aspetto dell’apprendimento o una qualsiasi altra caratteristica dell’intelligenza possano essere descritte così precisamente da poter costruire una macchina che le simuli. Si tenterà di capire come le macchine possano utilizzare il linguaggio, formare astrazioni e concetti, risolvere tipi di problemi riservati per ora solo agli esseri umani e migliorare se stesse.»

Da questo i temi principali del campo di ricerca sono stati le reti neurali, la teoria della computabilità, la creatività, l’elaborazione del linguaggio naturale e l’analisi delle capacità di problem solving degli esseri umani.

Il fatto che l’utilizzo di tutto ciò potesse avere un impatto etico e sociale non indifferente!
Lo stesso Stephen Hawking aveva espresso non poche perplessità nelle sue ultime interviste:
«Il successo nel creare l’AI efficace, potrebbe essere il più grande evento della storia della nostra civiltà. O il peggio. Non lo sappiamo. Quindi non possiamo sapere se saremo infinitamente aiutati da AI, o ignorati da essa, o presumibilmente distrutti da essa. A meno che non impariamo come prepararci ed evitare i potenziali rischi. L’AI potrebbe essere il peggior evento nella storia della nostra civiltà. Porta pericoli, come potenti armi autonome o nuovi modi per pochi di opprimere i molti. Potrebbe portare grandi perturbazioni alla nostra economia».

L’utilizzo nel mondo del lavoro

C’è chi invece valuta gli aspetti positivi.
Intanto è necessario ricordare che l’intelligenza artificiale può essere fondamentale per la sicurezza informatica. Grazie alla capacità di analizzare rapidamente grandi insiemi di dati, è possibile evidenziare e prevedere possibili minacce, così da attivare tempestivamente procedure di difesa evitando perdite di dati, di tempo e spesso anche di soldi.

E a fronte di chi sostiene che “i robot ci ruberanno il lavoro” c’è addirittura chi va in senso contrario!
In un articolo uscito su Forbes pochi giorni fa si prevede invece che l’utilizzo dell’AI abbatterà i costi del lavoro e aumenterà la produttività.

L’utilizzo dell’IA potrà ridurre lo stress integrando, piuttosto che sostituire, le capacità umane. Anzi, fino ad oggi, l’introduzione dell’AI nelle aziende ha creato più posti di lavoro di quelli che ha fatto perdere (dati OCSE gennaio 2021).

 

 

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Hai fatto il Backup?

Il 31 marzo sarà la giornata mondiale del Backup, un modo per sensibilizzare le persone sull’importanza di salvare i propri dati in maniera sistematica ed efficace.

Secondo il sito worldbackupday.com non è infatti così comune l’abitudine di fare una copia dei propri file, attraverso un servizio cloud o su un hard disk.

Il 30% delle persone dichiara di non aver mai fatto il backup dei proprio dati nonostante che 113 telefoni al minuto vengono persi o rubati e che un computer ogni 10 viene attaccato da virus ogni mese. Per non parlare delle perdite dati dovute a cause accidentali che sono ben il 29%.

La perdita di dati può riguardare foto e video di momenti importanti della nostra vita, ma anche informazioni fondamentali per il nostro lavoro!

Ci pensiamo sempre dopo…

Spesso non facciamo il backup semplicemente per dimenticanza o perché pensiamo che sia troppo complesso. In realtà esistono vari modi per mettere al sicuro i nostri dati.

  • Salvataggio su hard disk esterno
  • Salvataggio in cloud

Se scegli un disco esterno ti consigliamo di valutarne la capienza, le dimensioni, la velocità di rotazione, la rapidità nel trasferimento dei dati, il tipo di alimentazione e anche la resistenza alle intemperie. Ne esistono diversi con un ottimo rapporto qualità prezzo.

Anche per quanto riguarda il salvataggio dei propri dati su cloud puoi trovare online molteplici opzioni, anche in modalità gratuita fino a capacità ragguardevoli. Tra i più conosciuti e utilizzati Google Drive, Dropbox, OneDrive ma da tenere in considerazione vista la grande disponibilità di spazio pCloud (10 GB già nella versione gratuita) e Mega, che come dice il nome stesso offre uno spazio d’archiviazione gratuito su cloud di ben 20 GB. Solo che Backblaze offre un servizio di backup illimitato piuttosto unico al momento. Trovi altri consigli sul sito worldbackupday.com

L’importante è sempre pianificare i backup rendendoli automatici. Questo garantirà che i salvataggi possano essere utilizzati in caso di emergenza.

In tutti i nostri prodotti poniamo sempre molta attenzione a questo aspetto!

E tu? Non farti sorprendere impreparato!
Fai subito il tuo backup 😉

 

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Intelligenza Artificiale tra fascino e paura

Ti facciamo una semplice domanda. Chi sei? Chi potresti essere? Dove stai andando? Cosa c’è nel mondo? Quali possibilità ci sono?

La Element Software è orgogliosa di presentare il primo sistema operativo di intelligenza artificiale. Un’entità intuitiva che ti ascolta, ti capisce e ti conosce. Non è solo un sistema operativo, è una coscienza. Ecco a voi OS Uno.

(dal film “HER” scritto e diretto da Spike Jonze)

Innamorarsi del proprio IA

Usciva al Cinema 10 anni fa HER, pellicola vincitrice dell’Oscar come miglior sceneggiatura originale nel 2014. Qui il regista e sceneggiatore Spike Jonze immaginava che, in un futuro non troppo lontano (probabilmente il nostro oggi), la tecnologia avesse preso il sopravvento nella vita quotidiana, le persone vivessero costantemente a contatto con i propri device, dotati di funzioni molto avanzate. Talmente avanzate che il protagonista, Joaquin Phoenix, riuscirà ad instaurare una relazione profondissima con il suo OS 1, un’intelligenza artificiale con voce femminile chiamata Samantha.

 

Le sue elevate capacità di ascolto e comprensione, di empatia, di auto apprendimento potevano sembrare in quel momento una visione fantascientifica, ma oggi sono oggetto di un dibattito profondo e filosofico su come questi enormi e veloci progressi informatici cambieranno non solo il mondo del lavoro ma anche il nostro modo di vivere le relazioni.

 

Questo perché la paura è sempre quella di non riuscire a riconoscere più l’umano dal non-umano, ciò che viene pensato e prodotto da una persona e ciò che invece è ad opera di una macchina. E di conseguenza di essere facilmente sostituiti. Ma ancor peggio che le macchine possono essere programmate e utilizzate ad uso e consumo di qualcuno. Scenari apocalittici che effettivamente fino ad ora avevamo gustato con piacere al cinema sgranocchiando pop-corn, ma che vederli così realizzabili oggi ci inquieta un po’ di più.
Gli ambiti applicativi sono molteplici, non solo legati al high tech ma anche all’arte, alla didattica, alla scrittura… addirittura come sostegno psicologico!

Che cosa è un’intelligenza artificiale?

Prima di esprimere pareri intanto facciamo un passo indietro per capire come nasce.

L’intelligenza artificiale (AI) è la tecnologia che consente di simulare i processi dell’intelligenza umana attraverso la creazione e l’applicazione di algoritmi integrati in un ambiente di calcolo dinamico. In pratica l’obiettivo dell’AI è di sviluppare delle macchine dotate di capacità autonome di apprendimento e adattamento simulando il più possibile i modelli di apprendimento umani.

Anche se la fascinazione dell’uomo in tal senso risale addirittura al primo secolo a.C., il termine “intelligenza artificiale” è stato coniato nel 1955 da John McCarthy nel documento in cui lui e altri scienziati richiedevano la conferenza “Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence” con la seguente motivazione:

«Lo studio procederà sulla base della congettura per cui, in linea di principio, ogni aspetto dell’apprendimento o una qualsiasi altra caratteristica dell’intelligenza possano essere descritte così precisamente da poter costruire una macchina che le simuli. Si tenterà di capire come le macchine possano utilizzare il linguaggio, formare astrazioni e concetti, risolvere tipi di problemi riservati per ora solo agli esseri umani e migliorare se stesse.»

Da questo i temi principali del campo di ricerca sono stati le reti neurali, la teoria della computabilità, la creatività, l’elaborazione del linguaggio naturale e l’analisi delle capacità di problem solving degli esseri umani.

Il fatto che l’utilizzo di tutto ciò potesse avere un impatto etico e sociale non indifferente!
Lo stesso Stephen Hawking aveva espresso non poche perplessità nelle sue ultime interviste:
«Il successo nel creare l’AI efficace, potrebbe essere il più grande evento della storia della nostra civiltà. O il peggio. Non lo sappiamo. Quindi non possiamo sapere se saremo infinitamente aiutati da AI, o ignorati da essa, o presumibilmente distrutti da essa. A meno che non impariamo come prepararci ed evitare i potenziali rischi. L’AI potrebbe essere il peggior evento nella storia della nostra civiltà. Porta pericoli, come potenti armi autonome o nuovi modi per pochi di opprimere i molti. Potrebbe portare grandi perturbazioni alla nostra economia».

Stephen Hawking aveva espresso non poche perplessità nelle sue ultime interviste: «Il successo nel creare l'AI efficace, potrebbe essere il più grande evento della storia della nostra civiltà. O il peggio. Non lo sappiamo. Quindi non possiamo sapere se saremo infinitamente aiutati da AI, o ignorati da essa, o presumibilmente distrutti da essa. A meno che non impariamo come prepararci ed evitare i potenziali rischi. L’AI potrebbe essere il peggior evento nella storia della nostra civiltà. Porta pericoli, come potenti armi autonome o nuovi modi per pochi di opprimere i molti. Potrebbe portare grandi perturbazioni alla nostra economia».

L’utilizzo nel mondo del lavoro

C’è chi invece valuta gli aspetti positivi.
Intanto è necessario ricordare che l’intelligenza artificiale può essere fondamentale per la sicurezza informatica. Grazie alla capacità di analizzare rapidamente grandi insiemi di dati, è possibile evidenziare e prevedere possibili minacce, così da attivare tempestivamente procedure di difesa evitando perdite di dati, di tempo e spesso anche di soldi.

E a fronte di chi sostiene che “i robot ci ruberanno il lavoro” c’è addirittura chi va in senso contrario!
In un articolo uscito su Forbes pochi giorni fa si prevede invece che l’utilizzo dell’AI abbatterà i costi del lavoro e aumenterà la produttività.

L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale potrà ridurre lo stress integrando, piuttosto che sostituire, le capacità umane ed anzi, fino ad oggi, l’introduzione dell’AI nelle aziende ha creato più posti di lavoro di quelli che ha fatto perdere (dati OCSE gennaio 2021).

 

L’argomento è molto vasto ed in continua evoluzione. Seguiteci nel nostro prossimo articolo per scoprire qualche utile applicazione delle IA.

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Microchip sottopelle tra fantascienza e realtà

Mentre in Italia imperversa il dibattito sul pagamento in contanti, quanto, come, dove e perché, all’Estero ormai già da tempo c’è chi per pagare porge solo una mano!

Quello che pensavamo fosse possibile sono nei film di fantascienza per qualcuno è una realtà di uso quotidiano.

c’è chi per pagare porge solo una mano

Uno sguardo oltreconfine

In Svezia sono migliaia le persone che già dal 2015 hanno scelto di inserire sotto la pelle un microchip per velocizzare la propria routine quotidiana.

Fare la spesa senza carte o contanti, avere sempre letteralmente a portata di mano i biglietti dei mezzi di trasporto oppure la tessera sanitaria con la propria storia clinica per esempio.

Anche in Svizzera, soprattutto tra i giovani appassionati di nuove tecnologie, pare che questa avvenieristica possibilità sia stata accolta con successo.

A lanciarla Oltralpe è stato un chirurgo plastico, Christian Köhler di Zurigo, che alla “modica” cifra di circa 1.000 euro, riesce ad impiantare sottopelle un sistema di pagamento contactless.

Secondo un sondaggio della Bbc, condotto su 4.000 europei, il 51% degli intervistati prenderebbe in considerazione l’idea di installare un microchip sottocutaneo.

Patrick Pauman, un trentasettenne olandese, che si definisce un “biohackerse ne è fatti impiantare addirittura 32 coi quali può aprire la porta di casa, l’auto, pagare nei negozi e prendere la metro.

Un accessorio quindi che sembra semplificare la vita quotidiana degli utilizzatori, e che, dicono i sostenitori, è un oggetto completamente passivo!

Infatti emette dati solo quando si appoggia la mano su un lettore di carte Nfc. Questo tipo di tecnologia infatti è supportata da comunicazione wireless a corto raggio e ad alta frequenza, permettendo lo scambio di informazioni tra dispositivi, esattamente come avviene nei nostri smartphone.

Questa tecnologia è nota dal 1998, ma solo nell’ultimo decennio è stata resa disponibile sul mercato.
E la Privacy?

Se vi state chiedendo se tutto ciò metta ancora di più a dura prova la nostra Privacy, gli sviluppatori garantiscono che il chip sottocutaneo, a differenza per esempio del GPS utilizzato dagli smartphone, è un sistema passivo. Paradossalmente se uscissimo di casa senza cellulare ma con il chip nessuno saprebbe dove siamo! Nemmeno GoogleMaps potrebbe aggiornarci sulle condizioni del traffico.
Questo non toglie che la maggioranza delle persone guardino a tutto ciò con scetticismo.

Il tema non è solo quello della sicurezza e della salute, anche da un punto di vista filosofico i dubbi sono molti.

gli sviluppatori garantiscono che il chip sottocutaneo, a differenza per esempio del GPS utilizzato dagli smartphone, è un sistema passivo.

Qual è il confine che non è possibile varcare in termini di privacy e sicurezza?

Il legislatore sarà così lungimirante da soppesare tutte le questioni con la dovuta cautela?
Un fatto certo è che questa materia si trova ancora in una zona grigia legalmente parlando.

Il Garante della Privacy si era espresso a suo tempo non vietando l’impianto dei chip sulla base di una scelta personale “in stretta aderenza al principio di proporzionalità (…) e nel rigoroso rispetto della dignità dell’interessato” come si legge nel provvedimento del 2005 in materia di RFID, ma non è possibile alcun tipo di “imposizione”.

Sicuramente la discussione si amplierà in un futuro non troppo lontano. Chissà se qualche bambino amante della fantascienza non abbia già richiesto il microchip nella letterina di Babbo Natale.

 

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