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Il Paradosso dell’IA: Un Gigante dai Piedi d’Argilla?

L’IA, evidentemente non è l’acronimo del prossimo obiettivo da sconfiggere in Mission Impossible, ma possiamo dire che è il nuovo “mostro” che tutti additano, anche se pochi lo conoscono veramente.

Un Gigante dai piedi d’Argilla che sta iniziando a mostrare delle crepe non indifferenti.

Tra gli esperti del settore si sta facendo largo una problematica allarmante: il “model collapse”.

Si tratta di un degrado delle prestazioni dei modelli di Intelligenza Artificiale generativa causato da un addestramento con contenuti prodotti da altre intelligenze artificiali.

Non è solo una questione per “nerd”; ha implicazioni profonde, persino filosofiche. Ma andiamo con ordine.

L’IA è Ovunque, Anche Dove Non la Vedi

Scommetto che hai interagito con l’IA più volte di quanto pensi. Quando chiedi a Siri di trovare un numero di telefono o la strada migliore, oppure quando la chat di un sito aziendale ti risponde in automatico: è tutto frutto dell’Intelligenza Artificiale. Negli ultimi dieci anni, i giganti della tecnologia hanno gareggiato per creare strumenti di IA generativa sempre più complessi.

Un esempio lampante è GPT-3 di OpenAI, introdotto nel 2020. Con i suoi 175 miliardi di parametri, è uno dei modelli più sofisticati mai realizzati, capace di generare testi simili a quelli umani, sostenere conversazioni, scrivere codici e tradurre lingue.

Ciò che rende questi modelli così affascinanti, o inquietanti, è la loro capacità di auto-apprendere. Il Deep Learning mira a replicare il processo di apprendimento umano, permettendo ai computer di “imparare” autonomamente, senza una programmazione esplicita. E a giudicare da un recente studio del MIT di Boston, ci stanno riuscendo fin troppo bene: sembra che il nostro cervello stia diventando pigro, affidandosi eccessivamente all’IA invece di pensare criticamente.

L’IA dovrebbe essere uno strumento per velocizzare e perfezionare processi complessi, come nel campo medico e scientifico. Pensiamo al Premio Nobel per la Chimica assegnato a Demis Hassabis e John M. Jumper di Google DeepMind per AlphaFold, uno strumento che risolve il ripiegamento proteico. Invece, troppo spesso, la usiamo come sostituto del nostro cervello. E questo, oltre a un potenziale “instupidimento” generale, ci porta dritti al paradosso del “model collapse”.

Di Cosa si Nutre il Gigante?

L’IA è un gigante affamato, ma di cosa si nutre? Dati, tantissimi dati. Miliardi di informazioni alimentano algoritmi capaci di compiere operazioni che fino a poco tempo fa sembravano fantascienza.

Inizialmente, questi dati provenivano da fonti eterogenee e “pulite”: libri, enciclopedie, report, materiale fotografico. Oggi, invece, gran parte delle informazioni viene estratta dal web, spesso in modo non trasparente.

Le modalità di raccolta dati sollevano gravi questioni etiche e legali. Molte aziende aggirano facilmente le poche restrizioni esistenti. Ad esempio, i nostri commenti e foto su Facebook o Instagram sono “benzina” per l’IA di Meta, a meno che non si invii un’opposizione specifica e motivata. Questo apre scenari preoccupanti di violazioni di copyright e privacy.

Sul sito del Garante per la Privacy trovate la pagina con tutti link ai moduli.

I dati sintetici, generati dalle stesse IA, complicano ulteriormente il quadro. Non permettono di risalire alle informazioni originali, e il loro trattamento comporta rischi sia nella fase di addestramento che nell’uso finale. Gli utenti dovrebbero essere pienamente informati, come stabilito dall’articolo 13 del GDPR, sulle modalità e finalità del trattamento dei loro dati personali per l’addestramento di modelli generativi. Anche lo European Data Protection Supervisor, il Garante Europeo per la protezione dei dati, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di valutazioni preliminari sui rischi di re-identificazione.

Il Paradosso del cane che si morde la coda

L’IA è particolarmente “ghiotta” di dati “vergini”, ovvero contenuti non generati da altre IA, perché questi sono in esaurimento. Per addestrare nuovi modelli affidabili, servono dati originali. Altrimenti, si entra in un paradosso circolare: “copiare da chi copia”, un cane che si morde la coda.

Internet è ormai “inquinato” da dati apparentemente creati da umani, ma spesso indistinguibili da quelli reali. Questo significa che l’IA sta imparando non più dal pensiero umano, ma dalla sua stessa eco. E, come ben sappiamo, essere egoriferiti non funziona nemmeno in campo informatico.

Come ha ben scritto Vittorio Dublino in suo articolo: “Se il sistema interroga un ecosistema già popolato da copie, da sintesi, da derivati del derivato, allora anche la sua risposta sarà una rielaborazione sterile di qualcosa che nessuno ha mai veramente pensato.”

È un po’ come quando a scuola si copiava da chi copiava: alla fine i professori si accorgevano quasi sempre dell’inganno. Oggi, ci accorgiamo di questo livellamento verso il basso?

Oltre l’Etica: L’Impatto Economico

Il model collapse non è solo un problema etico o intellettuale, ma ha ripercussioni economiche profonde e multifattoriali:

  • Perdita di Produttività e Innovazione:
    • Riduzione dell’efficienza: Se i modelli IA in settori chiave (manifattura, logistica, finanza, sanità) producono risultati inaffidabili, l’efficienza generale diminuisce drasticamente.
    • Frenata dell’innovazione: L’IA è un motore di ricerca e sviluppo. Se la qualità degli output diminuisce, il ritmo dell’innovazione rallenta, con conseguenze a lungo termine sulla crescita economica.
    • Decisioni errate: Le aziende che si affidano all’IA per strategie di investimento, analisi di mercato o diagnosi mediche potrebbero subire perdite finanziarie significative o danni reputazionali a causa di decisioni basate su dati o analisi inaccurate.

Abbiamo disimparato a correre perché abbiamo comprato un’auto. Adesso l’auto sta finendo la benzina. Con i muscoli atrofizzati e senza conoscere da soli la strada, saremo in grado di tornare ad andare avanti sulle nostre gambe?

La Nuova Sfida: Tornare a Pensare

Questo scenario ci impone una riflessione cruciale: serve qualcuno che pensi davvero. E serve anche un sistema che evidenzi la differenza, etichettando i dati generati da IA per rendere più trasparente l’uso dei prodotti digitali.

È un ritorno sorprendente, forse auspicabile: ciò che è autenticamente umano — pensiero critico, esperienza diretta, parola incarnata — torna ad avere valore. Ma solo se sapremo riconoscerlo, custodirlo, proteggerlo.”

L’allenamento al pensiero critico è la nuova, grande sfida. Nell‘era della disconnessione, dobbiamo tornare a orientarci, scrivere, ricordare a memoria, creare. E, più in generale, tornare a essere consapevoli delle nostre scelte, senza accettare passivamente quelle offerte “gratis” e “veloci”.

Quando scrivo un articolo su questo blog WordPress mi segnala frasi troppo lunghe o complesse, mi chiede di semplificare. Più è facile, più verrà letto e condiviso, aumentando il traffico.

Ma ho davvero espresso ciò che volevo, nel modo in cui volevo? Non si tratta solo di grammatica, ma della costruzione della frase, delle parole, del pensiero e, in definitiva, dello stile!

Il pensiero complesso e il pensiero critico sono ciò che renderà ancora una volta l’“homo sapiens sapiens” al centro del processo evolutivo.

 

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L’invasione dei Bot

Soltanto metà del traffico in rete è generato da persone reali, la vera invasione dei Bot è creata dall’AI.

È stato pubblicato da Thales, leader globale della cybersecurity, il rapporto annuale Imperva Bad Bot Report 2024, che analizza il traffico globale di bot automatizzati.

La notizia è che quasi il 50% del traffico internet proviene dall’attività di bot spesso guidati dall’Intelligenza Artificiale.

Un terzo di questi è formato da bot dannosi, ovvero sistemi automatizzati specializzati nel creare danni ai siti, truffe, disinformazione o invadere le mail di spam.

Si può parlare di una vera e propria invasione di questi bot fake, creati cioè non da persone reali ma dall’Intelligenza Artificiale. Basti pensare che nel 2023 hanno raggiunto il livello record di 49,6%.

Questo grande aumento rappresenta una minaccia significativa per la cybersicurezza vista la loro capacità di colpire le vulnerabilità nei servizi cloud e nei dispositivi IoT.

Cos’é lo scraping

Tra le forme più diffuse di attività malevole dei bot troviamo lo scraping ovvero il “raschiare” le informazioni necessarie per indicizzare in modo automatico le pagine di un sito per identificare tendenze ed effettuare indagini statistiche sull’uso di prodotti e servizi.

Possono essere usati per il lancio di credenziali rubate su un sito per vedere quali funzionano o perfino l’esecuzione di attacchi DoS (Denial-of-Service). Nel rapporto leggiamo anche che i cyber criminali spesso lavorano in rete, esternalizzando le loro operazioni e riuscendo così a rendere più facile ed economico il lancio di attacchi su larga scala.

Non ultimo tutto questo traffico malevolo va ad accrescere l’inquinamento digitale di cui vi abbiamo già parlato in un precedente articolo.

 

C’è anche però un’altra faccia della medaglia. Ci sono anche i bot “buoni”. Ad esempio i bot dei motori di ricerca aiutano questi ultimi a capire il contenuto dei siti Web e restituiscono risultati più accurati.

I chatbot offrono a clienti e utenti risposte rapide alle domande oltre a essere attivi 24h su 24. Sono applicazioni altamente personalizzabili e sono multiuso, migliorando in ogni ambito l’esperienza dell’utenza anche grazie all’auto learning.

Come spesso succede con lo sviluppo tecnologico, anche qui ci sono aspetti positivi o negativi. Non bisogna cadere in luoghi comuni ma cercare di sfruttarne le potenzialità utilizzando sempre gli opportuni sistemi di sicurezza.

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Inquinamento digitale, l’impatto ambientale del web

Quando parliamo di inquinamento è facile pensare a cose tangibili o comunque “percepibili”. Gas di scarico, rifiuti, petrolio, plastica, pesticidi.

Esiste un tipo di inquinamento meno visibile ma sicuramente molto impattante a cui spesso non pensiamo. L’inquinamento digitale.

Se pensate che non vi riguardi forse dovreste fare caso a dove state leggendo questo articolo. Che siate davanti allo schermo del vostro pc o scorrendo le feed del vostro smartphone, sappiate che queste azioni apparentemente innocue hanno un impatto non indifferente sull’ambiente.

 Cos’è l’inquinamento digitale e quanto le nostre attività impattano sul pianeta?

 Per alimentare le infrastrutture che permettono l’utilizzo di internet è necessaria una grande quantità di energia. Contribuiamo all’incremento dell’inquinamento digitale quando inviamo una mail, un SMS o, ancor di più, quando utilizziamo piattaforme di streaming, gaming e social network.

Navigare in un mare di dati (mail, foto, messaggi WhatsApp e video) ha un costo. Gigantesco. C’è un esempio sbalorditivo che rende l’idea: se 70 milioni di abbonati in streaming abbassassero la qualità video dei servizi di streaming da HD a Standard avremmo una riduzione mensile di 3,5 milioni di tonnellate di CO2. Ovvero, il 6% del consumo mensile di carbone negli Stati Uniti.

Secondo il Global Carbon Project, il progetto di ricerca globale sulla sostenibilità promosso dal network internazionale di scienziati Future Earth, se il web fosse una nazione, sarebbe la terza per consumo di energia elettrica e la quarta per inquinamento dopo Cina, Usa e India.

Pensa che il digitale contribuisce alle emissioni mondiali di anidride carbonica mediamente per una quota del 3,7% del totale mentre il traffico aereo per 2%.

Il nostro accesso illimitato alla rete richiede tre volte più energia di quanta ne possano produrre tutti i pannelli solari del mondo.

Possiamo contribuire a diminuire le emissioni di carbonio grazie a semplici azioni quotidiane legate all’invio di e-mail, la navigazione in Internet, l’utilizzo di motori di ricerca o l’archiviazione dei dati. Facciamo qualche esempio:

  • elimina le vecchie email e compri le dimensioni dei documenti che invii per ridurre il peso del messaggio;
  • fai un uso regolare della funzione di ottimizzazione del tuo smartphone che arresta le applicazioni in esecuzione in background;
  • valuta cosa archiviare sul tuo hard disk piuttosto che su cloud. Spesso abusiamo dell’archiviazione online non pensando alla quantità di server sempre attivi per permetterci l’accesso ai dati h.24. Ricordati anche di eliminare i file che non usi più;
  • disattiva la riproduzione automatica dei video sui social network e sui siti web;
  • imposta la modalità stand by sul dispositivo dopo un certo numero di minuti;
  • Spegni sempre il computer e scollega i caricabatterie.

Fairphone lo smartphone sostenibile

Se una notizia positiva c’è consiste nel fatto che le ricerche su internet spesso riguardano temi di orientamento alla sostenibilità. Pare infatti che tra le sei milioni di ricerche al mese su Google, in Italia ci siamo concentrati su termini come “turismo sostenibile” “crescita” e “sviluppo” e sulla ricerca di monopattini, biciclette e auto ibride. Se stiamo diventando sempre più consapevoli sull’importanza della sostenibilità anche la nostra consapevolezza dell’inquinamento digitale deve tenerne conto.

 

 

 

 

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Fairphone lo smartphone sostenibile

Fairphone: elettronica ecologica

Fairphone lo smartphone sostenibile è una realtà piuttosto recente. La filosofia che sta alla base dell’attività dell’azienda olandese Fairphone è davvero interessante.

Come annunciato ieri sul blog della Società è in prevendita il modello di smartphone Fairphone 4.

Fairphone lo smartphone sostenibile. Già dal nome stesso, fair, è evidente la sua vocazione ecologista. Entriamo più nel dettaglio.

E’ sostenibile per tre motivi: 1) ha una percentuale di riparabilità di 9.3 su 10 (French Repairability Index) perché nessuna parte è incollata e può essere sostituita usando semplicemente un cacciavite; 2) per ogni telefono venduto l’azienda si impegna a riciclare un equivalente quantitativo di rifiuti elettronici; 3) offre la possibilità di scegliere di non avere, nella confezione, cavo usb e caricabatteria.

Il nuovo modello si presenta con 5 anni di garanzia e tecnologia 5G.

Come Fairphone altre aziende stanno tentando il connubio business e sostenibilità. La motivazione? Forse un’attenzione sincera al pianeta ma anche la consapevolezza che i clienti sono sempre più sensibili all’ecologia.

Se rileggiamo la storia recente è evidente che qualcosa a livello mondiale si sta mettendo in moto per la salvaguardia del pianeta. Che si tratti di green marketing rigoroso e reale, oppure di uno strumento come un altro per aumentare i profitti, la realtà è che qualcosa sta accadendo. Se i risultati saranno in ogni caso eco friendly forse sarà comunque una buona strategia.

Per approfondire:

La recensione su Fairphone da parte del sito Wired: leggi

Per saperne di più sul green marketing: leggi

Chiedici più info sull’elettronica sostenibile: vai

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