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Social media sotto accusa

Social media sotto accusa: leggi, minori e crisi dei social network

Social media al banco degli imputati: cosa sta cambiando davvero

Dopo anni di “far west”, il mondo dei social network non è più soltanto sotto l’accusa dell’opinione pubblica: oggi deve difendersi anche da azioni legali da privati cittadini e prese di posizione sempre più dure da parte dei governi.

Negli Stati Uniti è iniziato il processo contro Mark Zuckerberg, CEO di Meta, chiamato a rispondere dell’accusa di aver causato dipendenza attraverso gli algoritmi delle sue piattaforme. Ma non è l’unico caso: anche Google (con YouTube), Snapchat e ByteDance — società proprietaria di TikTok — hanno ricevuto denunce che potrebbero portare a risarcimenti molto salati.


Minori e sicurezza online: il nodo centrale

Tra i temi più critici emerge la tutela dei minori.

TikTok ha annunciato da gennaio l’implementazione in tutta l’Unione Europea di una nuova tecnologia per la verifica dell’età. Il sistema prevede controlli interni e la supervisione diretta dei moderatori sugli account sospetti di appartenere a utenti sotto i 13 anni. La decisione arriva dopo una lunga fase di pressione politica.

Tuttavia, il tema non riguarda solo il risarcimento per danni alla salute mentale e fisica — come ansia, depressione o autolesionismo — spesso riscontrati tra i più giovani. Sempre più governi stanno infatti intervenendo con misure restrittive.

In Australia, a dicembre, è stato introdotto il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni, portando alla rimozione di oltre 4,7 milioni di account su dieci piattaforme.


Cosa succede in Europa

Anche in Europa diversi Paesi stanno valutando normative simili, mentre il Parlamento UE spinge per limiti più stringenti sull’utilizzo dei social network.

La Francia, sotto la presidenza Macron, ha già approvato in via provvisoria un disegno di legge che limita l’accesso ai social ai minori di 15 anni e rafforza la protezione online, introducendo regole più severe su pubblicità e influencer.

Sulla stessa linea si muove la Spagna. Il primo ministro Pedro Sánchez, intervenendo al World Government Summit di Dubai, ha dichiarato:

Le reti sociali sono diventate uno Stato fallito, dove si ignorano le leggi e si tollerano i reati”, ha affermato il Primo Ministro spagnolo, prima di anticipare cinque misure con le quali il suo governo dichiara guerra agli abusi delle grandi piattaforme digitali. Non solo il divieto di accesso ai minori di 16 anni, con l’obbligo per le piattaforme di attuare sistemi di verifica effettiva dell’età, ma anche l’obiettivo di rendere “legalmente responsabili” i dirigenti delle piattaforme che non rimuovono contenuti illegali e di istituire un reato ad hoc di manipolazione degli algoritmi e amplificazione di contenuti illegali.

E questo è proprio il punto!


Le accuse a Meta e il caso Zuckerberg

Proprio durante le prime udienze del processo a Zuckerberg sono emerse email interne che rivelano l’interesse di Meta verso la fascia dei cosiddetti tweens, ovvero utenti tra i 9 e i 12 anni, considerati strategici per “conquistare” il pubblico adolescente. Si parla di attirarli per poter “vincere alla grande” con gli adolescenti. Su Instagram era sufficiente un click per dichiarare di avere 13 anni, mentre l’obbligo di inserire l’età era arrivato solo nel 2019. Inoltre, in alcuni scambi emerge l’obiettivo di aumentare lo “screen time“, il tempo di utilizzo.

Non ultimo, tra le principali accuse, c’è quella di aver deliberatamente ignorato gli avvisi da ben 18 esperti sui rischi legati all’uso dei filtri estetici che cambiano il volto degli adolescenti.

Il CEO di Meta ha difeso l’operato dell’azienda appellandosi alla libertà di espressione.


Dalla socialità alla dipendenza digitale

Forse troppo tardi, ma qualcosa sta cambiando. Nati come strumenti per connettere amici e condividere esperienze, i social oggi vengono spesso descritti come un sistema capace di influenzare profondamente le nostre abitudini.

Nel tempo abbiamo ceduto dati, contenuti e privacy in cambio di visibilità e approvazione sociale. Foto, pensieri, recensioni e idee sono diventati parte di un sistema che monetizza l’attenzione degli utenti.

La ricerca costante di like e interazioni — e la gratificazione immediata che ne deriva — ha trasformato l’esperienza digitale in un meccanismo potenzialmente dipendente.


La crisi dei social: meno contenuti personali e più pubblicità

Mentre i governi cercano di regolamentare il settore, anche gli utenti sembrano mostrare segnali di stanchezza.

Oggi nei feed di Facebook lo spazio dedicato ai contatti personali è sempre più ridotto, sostituito da:

  • pagine sponsorizzate

  • contenuti politici

  • video virali

  • contenuti generati con intelligenza artificiale

Si stima che oltre l’80% dei contenuti sulle piattaforme Meta provenga da pagine, testate giornalistiche, pubblicità e creator. In questo contesto, il concetto stesso di “social network” appare sempre meno coerente.


Engagement in calo e possibile implosione del modello

Secondo diverse analisi, quasi un terzo degli utenti pubblica meno contenuti rispetto a un anno fa. La minore visibilità dei post personali riduce l’engagement e diminuisce ulteriormente la motivazione a condividere, creando un circolo vizioso.

In Italia, i social avrebbero perso circa 600mila utenti in un solo anno, mentre diminuisce anche il tempo medio trascorso sulle piattaforme.

Il magazine Noema evidenzia come il coinvolgimento degli utenti stia rapidamente calando: i post su Facebook e X registrano appena lo 0,15% di engagement medio, Instagram ha segnato un calo del 24% su base annua e persino TikTok mostra segnali di stagnazione.

Gli utenti sembrano interagire sempre meno, limitandosi a navigare tra contenuti di bassa qualità — la cosiddetta slop, ovvero materiale generato in massa dall’intelligenza artificiale.


I social stanno perdendo presa sulla società?

Dopo anni di crescita continua, i social di massa potrebbero aver raggiunto un punto di svolta. Tra regolamentazioni più severe, consapevolezza degli utenti e calo dell’engagement, la loro influenza sulla società sembra iniziare lentamente ad affievolirsi.

Il tempo dirà se si tratta di una trasformazione del modello o dell’inizio di una vera e propria implosione del sistema.

Law & Order, Select from the World

L’era della disconnessione un mondo senza social media

È difficile immaginare un mondo senza social media, dove ogni informazione e contatto non siano a portata di clic. Eppure, per una parte crescente della popolazione mondiale, questa realtà è già tangibile.

Alcune delle piattaforme più onnipresenti stanno diventando inaccessibili in diverse nazioni, sollevando questioni complesse su sicurezza nazionale, protezione dei minori e libertà di espressione.

Che sia arrivata l’era della disconnessione?

TikTok, il gigante dei video brevi, è al centro di una vera e propria tempesta globale. Oltre venti paesi hanno già imposto restrizioni, spinti da preoccupazioni legate alla sicurezza dei dati e all’influenza del governo cinese.

Negli Stati Uniti, un tentativo di divieto totale è stato temporaneamente implementato il 19 gennaio 2025, per poi essere revocato. Tuttavia, la pressione non si è allentata. Paesi come Taiwan, l’Unione Europea, Canada, Lettonia, Danimarca, Belgio e Regno Unito hanno già bandito TikTok dai dispositivi governativi.

L’Australia ha fatto un passo ulteriore, approvando una legge che vieta completamente l’accesso ai social media per i minori di 16 anni. Il Venezuela ha multato ByteDance, la società madre di TikTok, per 10 milioni di dollari a causa della mancata prevenzione di “challenge” pericolose che hanno causato la morte di adolescenti. I fondi sono stati destinati a un “fondo per le vittime di TikTok”.

Le ragioni dietro i blocchi: sicurezza, stabilità e protezione

Le motivazioni che spingono i governi a limitare o bloccare l’accesso ai social media sono molteplici e complesse.

Sicurezza Nazionale e Stabilità Politica

Molti paesi hanno bloccato o limitato i social media durante periodi di instabilità politica o proteste, spesso per controllare il flusso di informazioni e reprimere il dissenso.

  • In Iran, durante proteste su larga scala (come nel 2009 e nel 2019), il governo ha bloccato l’accesso a piattaforme come Facebook, Twitter, YouTube e servizi di messaggistica istantanea.
  • In Myanmar (Birmania), dopo il colpo di stato militare del 2021, Facebook e altre piattaforme sono state oscurate per limitare l’organizzazione delle proteste.
  • Situazioni simili si sono verificate in Uganda e Kazakistan.
  • In Russia, a seguito dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, l’accesso a Facebook, Instagram e Twitter è stato bloccato, citando la diffusione di “notizie false”.

Spesso, queste azioni sono giustificate con la necessità di mantenere l’ordine pubblico o proteggere la sicurezza nazionale. Tuttavia, sono frequentemente criticate come violazioni della libertà di espressione e del diritto all’informazione.

Protezione dei Minori e Contenuti Inappropriati

Il dibattito sull’imposizione di un limite d’età legale per l’uso dei social media è tornato centrale.

Dopo il divieto in Australia per i minori di 16 anni e una causa contro TikTok in Francia, la discussione è alimentata dalle crescenti preoccupazioni scientifiche sugli effetti negativi dell’uso scorretto della tecnologia sui giovani.

Il presidente francese Macron ha recentemente dichiarato l’intenzione di vietare l’uso dei social media a tutti i minori di 15 anni, qualora l’Unione Europea non adotti rapidamente una regolamentazione comune. L’obiettivo è bloccare l’accesso alle piattaforme sotto tale soglia d’età con verifiche stringenti, strumenti biometrici e multe salate per le aziende inadempienti. Macron ha definito l’ambiente digitale attuale “tossico”, sottolineando i danni psicologici legati all’uso precoce dei social e il ruolo dei minori in fatti di cronaca violenta.

 

L’Italia e l’Europa: verso una regolamentazione comune?

Anche l’Italia si sta muovendo in questa direzione. Una circolare del Ministro dell’Istruzione Valditara ha esteso il divieto di utilizzo dei telefoni cellulari agli alunni delle scuole secondarie di secondo grado, citando rapporti di OCSE, OMS e Istituto Superiore di Sanità.

In Europa, si sta lavorando per definire una soglia d’età comune (digital-age majority), al di sotto della quale i minori non potrebbero accedere alle piattaforme social senza il consenso esplicito dei genitori. Parallelamente, si discute della necessità di rivedere le “architetture persuasive” – funzionalità come autoplay, feed personalizzati e notifiche – progettate per massimizzare il tempo di permanenza sulle app.

La principale sfida rimane la verifica dell’età: gli attuali sistemi sono facilmente aggirabili. La proposta della Grecia prevede controlli più rigorosi e tecnologicamente avanzati, integrati direttamente negli hardware, una soluzione che potrebbe incontrare resistenza da parte di produttori come Apple e Google.

L’attuale soglia dei 13 anni, adottata come standard da molte piattaforme, deriva dal Children’s Online Privacy Protection Act americano del 1998. In Europa, il GDPR lascia agli stati membri la facoltà di fissare l’età del consenso digitale tra i 13 e i 16 anni, ma questo limite è spesso aggirabile, anche con l’uso di VPN.

Vietare non basta: l’importanza dell’educazione digitale

 

Se da un lato la regolamentazione è necessaria, dall’altro è chiaro che vietare da solo non basta. Se per i minori c’e una forte sensibilizzazione, spesso sono proprio gli adulti ad essere “fagocitati” dal mondo dei social media.

È difficile educare quando si dà il cattivo esempio, soprattutto quando manca una conoscenza approfondita dell’argomento. Non tutti gli adulti hanno le competenze per utilizzare la rete con un approccio critico, attento e rispettoso. Il problema dell’educazione digitale riguarda spesso gli adulti e deve essere affrontato con determinazione.

 

Cosa ne pensi di queste restrizioni? Credi che siano efficaci per proteggere i minori e la sicurezza, o limitano eccessivamente la libertà online?

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Sharenting, vorrei ma non posto

Al via la campagna del Garante che insegna ai genitori a non abusare dell’immagine dei propri figli sui social.

Abbiamo dedicato un articolo sulle insidie del web per i minori, ma se i primi a essere educati su un corretto uso dei social fossero proprio i genitori?

Siamo proprio sicuri che tutte le foto che pubblichiamo dei nostri figli rispettino la loro privacy e la loro dignità digitale?
Spesso nella foga di raccontare il nostro quotidiano compiamo qualche ingenuità…

“La sua privacy vale più di un like” è lo slogan lanciato dalla nuova campagna di comunicazione istituzionale realizzata dal Garante della Privacy contro il cosiddetto “sharenting”, cioè la condivisione compulsiva sui social di foto e video dei propri figli da parte dei genitori.

Lo sharenting, che deriva dalle parole inglesi “share” (condividere) e “parenting” (allevare i figli), è un fenomeno da tempo all’attenzione del Garante, soprattutto per i rischi che comporta sull’identità digitale del minore e sulla corretta formazione della sua personalità. È necessario che i “grandi” siano consapevoli dei pregiudizi cui sottopongono i minori con l’esposizione delle loro foto in rete. Una volta pubblicate le immagini non sono più private e possono essere soggette a usi impropri da parte di terzi.

La diffusione di immagini a partire dalla più tenera età (addirittura le ecografie) rischia di creare tensioni anche importanti nel rapporto tra genitori e figli che si vedono costruita un’immagine pubblica che potrebbero non desiderare.

Minori con malattie e patologie

La questione diventa ancora più complessa quando si parla di bambini con disabilità o patologie gravi. Come coniugare la necessità di condividere esperienze per contrastare l’isolamento o sensibilizzare l’opinione pubblica, senza compromettere la dignità e la privacy dei minori coinvolti?

A tale scopo è stata presentata una guida italiana per aiutare famiglie, professionisti sanitari e enti a prendere decisioni informate e rispettose sulla condivisione di immagini di minori malati. La guida offre consigli pratici e promuove una riflessione profonda sui valori di rispetto e protezione dei bambini.

Nel vademecum si ricorda anche che i social media non sono la sede opportuna per formulare diagnosi.

Ogni sezione è corredata da domande che guidano la riflessione, oltre a racconti e aneddoti che aiutano a comprendere meglio le implicazioni delle nostre azioni digitali e la loro portata a lungo raggio.

«La guida vuole essere un aiuto per le famiglie, i professionisti e la comunità ed è stata pensata – dichiarano gli autori, Simona Cacace e Matteo Asti – per aprire una riflessione sul tema e dare consigli pratici con l’obiettivo di aiutare i genitori, caregiver, operatori sanitari ed enti a navigare in situazioni spesso difficili, in cui il desiderio di condividere la propria esperienza si scontra con il rischio di ledere l’identità e i diritti del minore».

Perché parlarne?

Mentre l’intento è spesso positivo, lo sharenting solleva alcune domande importanti:

Privacy dei bambini: I bambini hanno diritto alla privacy, anche online. Condividere le loro immagini senza il loro consenso potrebbe violare questo diritto.
Sicurezza: Pubblicare foto online può esporre i bambini a rischi come l’identità rubata o il cyberbullismo.
Futuro digitale: Le informazioni condivise online rimangono spesso disponibili a lungo termine. Quando cresceranno, i ragazzi potrebbero voler controllare la propria immagine digitale, ma potrebbe essere difficile rimuovere contenuti già pubblicati.

Cosa fare?

Se vuoi condividere momenti speciali con i tuoi cari, ci sono modi più sicuri di farlo. Ad esempio:

Limita la condivisione: Non pubblicare foto troppo personali o che potrebbero identificare facilmente tuo figlio.
Chiedi il permesso: Quando tuo figlio sarà più grande, coinvolgilo nelle decisioni su quali foto condividere.
Utilizza le impostazioni privacy: Sui social media, utilizza le impostazioni privacy per limitare la visibilità dei tuoi post.

 

 

 

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